tristram-stuart-riciclo-cibo-caricaturaTristram Stuart, è un giovane atti­vista e scrittore inglese.

E’ un freegan, cioè mangia il cibo recuperato dai bi­doni fuori dai supermercati ed è stato il promotore di “Feeding the 5.000” (letteralmente nutrire/alimentare i 5.000), un evento organizzato a londra a fine 2009 in cui migliaia di persone hanno mangiato del cibo che sarebbe stato buttato.

Ne abbiamo parlato nell’articolo “C’era una volta il ‘Trash food’. Quando la sostenibilità parte dai bidoni della spazzatura“.

Vive in una fattoria dove dà la caccia agli scoiattoli per mangiarli. Alleva i maiali e ne cucina anche le teste per non buttare niente.

E’ autore del libro Sprechi, uscito in Italia nel 2009.

Pubblichiamo l’articolo “Tristram Stuart. In difesa del cibo” tratto dal numero 381 di Internazionale il 29 gennaio 2010 e che la redazione di Internazionale ci ha gentilmente permesso di utilizzare.

internazionale-tristram-stuart-riciclo-cibo-02Ritratti Tristram Stuart. In difesa del cibo

Sto aspettando Tristram Stuart al Wahaca, un rumoroso ristorante messicano di Covent garden, a Londra. Stuart, attivista e scrittore, è noto per due motivi. Innanzitutto è un freegan, cioè mangia il cibo raccolto dai bidoni fuori dai supermercati. Poi è stato il promotore di Feeding the 5.000, un evento in collaborazione con ActionAid e Save the children che si è tenuto il 16 dicembre 2009 a Trafalgar square. Quel giorno migliaia di persone hanno mangiato del cibo che sarebbe stato buttato. Stuart, autore del libro Sprechi (Mondadori 2009), è un’autorità in materia. E un genio della frugalità.

Ma non della puntualità. Lo aspetto seduto al tavolo del Wahaca mentre osservo il menù, un enorme pieghevole che ricorda l’elenco dei programmi delle tv satellitari. La scelta è sterminata. Carni tenere e marinate, con una vasta offerta di salse. Manzo, pollo, pesce e chorizo. Ordino una birra scura e una tequila invecchiata, sorprendentemente delicata.

Al suo arrivo Stuart, 32 anni, è proprio come ci s’immaginerebbe il difensore dei senzatetto e degli affamati: è alto, bello e ha giusto un filo di barba. Ma ha anche l’aspetto di uno che non ha paura di mettersi a frugare in un cassonetto del supermercato. Ha perfino compilato delle tabelle su quello che si trova nella spazzatura, confrontando le statistiche sugli sprechi con quelle dei ricavi dei supermercati.

Si toglie il montgomery con degli enormi alamari. Indossa una camicia bianca e un maglione grigio. Guarda il menu. “La cosa che mi piace di questo ristorante”, dice, “è che non sbandierano ai quattro venti la sostenibilità ma la danno per scontata. Non dico che sia perfetto ma almeno si sforzano di usare cibi sostenibili. Non si limitano alle parole ma si preoccupano di mettere in pratica le buone intenzioni. Ed è questo che vogliamo: che certe cose siano date per scontate”. La chef del Wahaca, Thomasina Miers, ha partecipato all’evento di Trafalgar square facendo una dimostrazione di cucina.

internazionale-tristram-stuart-riciclo-cibo-03A tavola in cinquemila

Arriva il cameriere e ci spiega il menu, che è piuttosto complicato. Si possono condividere i piatti, fare diverse piccole ordinazioni o chiedere porzioni grandi. Le portate hanno forme divertenti e le salse a disposizione sono tante. “Questa è delicata al limone. Questa è affumicata. E questa è diabolica, mi creda”.

Poi, rivolgendosi a Stuart, il cameriere dice: “Credo di averla vista in televisione”. “Sì”, risponde lui. “Probabilmente perché il 16 dicembre abbiamo dato da mangiare gratis a 5.000 persone. Abbiamo servito 3.500 porzioni di curry, tre tonnellate di prodotti alimentari e circa mezza tonnel­ lata di frullati”. Le cifre, spiega, sono state calcolate contando le posate inutilizzate.

Torniamo al menù. “Consiglio il merluzzo nero”, dice Stuart, “è relativamente sostenibile”. E merluzzo sia. Stuart ordina un burrito di verdure di stagione con salsa di avocado.

Il suo primo libro The bloodless revolution (2006) è una storia del vegetarianismo, anche se lui mangia di tutto. Vive in una fattoria nel Sussex dove dà la caccia agli scoiattoli per mangiarli. Alleva i maiali e ne cucina anche le teste per non sprecare proprio niente. Ama così tanto i maiali che il suo nuovo libro è dedicato a Gudrun, la sua prima scrofa.

“Ti dà fastidio se condividiamo le bevande?”, mi chiede.

“No”.

“Perfetto, ordiniamo un drink alla mandorla e uno all’ibisco”. Ordina anche un caffellatte. Io scelgo un espresso.

Il ristorante è rumoroso e Stuart deve alzare la voce per farsi sentire. Mi racconta com’è andata a Trafalgar square. “Abbiamo portato una quantità di cibo sufficiente per cinquemila persone. Di solito, passo gran parte del mio tempo a spiegare perché è importante non sprecare gli alimenti e quali sono i modi migliori per farlo. Ma quel giorno non ho dovuto dire niente. Le persone facevano la coda e, quando toccava a loro, dicevano frasi del tipo: ‘Perché l’hanno buttato? Non ha niente di strano’. Be’, di fronte a commenti del genere non c’era niente da aggiungere”.

Anche alla radio hanno detto che il cibo era fantastico. “Davvero?”, continua Stuart. “Non avrei mai immaginato che tutto potesse essere così magico. La fila sembrava infinita: faceva tutto il giro della piazza”.

Passiamo a parlare di Sprechi, un libro sconvolgente anche se, tutto sommato, basato su un’idea semplice. Stuart usa i dati ottenuti dall’esame di duemila cassonetti di abitazioni private, effettuato dal Waste and resources action programme, per spiegare perché produciamo troppo cibo e ne gettiamo via enormi quantità ancora intatte. Il pane e i prodotti da forno buttati ogni anno in Gran Bretagna salverebbero dalla fame 26 milioni di persone. Ogni anno gli inglesi sprecano 2,6 miliardi di fette di pane, 484 milioni di vasetti di yogurt ancora sigillati e 1,6 miliardi di mele. Complessivamente più del 30 per cento del cibo comprato finisce nella spazzatura.

La ragione, spiega Stuart nel libro, sta nell’inclinazione dell’essere umano agli eccessi. “Il surplus ha rappresentato la base del successo umano per diecimila anni”, spiega. Una tribù con cibo in eccesso diventa più forte e più grande. Gli esseri umani hanno sempre pensato che avere troppo è meglio che non avere abbastanza.

Oggi è lo stesso. “Facciamo un’ipotesi”, dice Stuart. “Un prodotto costa 50 centesimi di euro al produttore ed è venduto a un euro. Dal punto di vista finanziario è più conveniente eccedere nelle scorte e perdere, al massimo, il prezzo di costo, piuttosto che approvvigionarsi di una quantità insufficiente e perdere…”.

“I ricavi della vendita?”.

“Esatto. La vendita. È una strada obbligata per qualunque distributore. Ma il problema è l’approvvigionamento eccessivo per evitare il rischio di perdere vendite. In altre parole, si riempiono gli scafali per offrire un’immagine di abbondanza. I clienti se l’aspettano. Sono abituati così. È un fenomeno recente: negli anni ottanta capitava ancora di vedere degli scafali vuoti nei negozi. Ma ora l’esposizione del cibo è diventata una forma di ostentazione per impressionare i clienti”.

Arriva il nostro pranzo. Il pesce è accompagnato da verdure piccanti, peperoni e cipolle. Il merluzzo nero ha la carne bianca e soda, è simile al merluzzo comune ma non è sottoposto a una pesca intensiva. Nel suo libro Stuart ha descritto anche gli enormi sprechi dell’industria ittica. Nel tentativo di catturare le specie più richieste dai grossisti, i pescherecci raccolgono grandi quantità di pesci, non altrettanto ricercati, che finiscono per essere ributtati in mare senza vita.

Stuart comincia a mangiare. “Sono un grande sostenitore del cibo venduto per strada”, dice. “Penso che sia un ottimo modo per capire la cultura di un posto. E di solito trascuro qualsiasi tipo di avvertimento. Per esempio, anche se dicono che si può contrarre l’epatite, ho mangiato trippa di cavallo ripiena di carne di cavallo in una stazione ferroviaria del Kazakistan, dove la gente cucina questi cibi a casa e poi esce a venderli quando arriva il treno da Mosca”.

Stuart è cresciuto in Sussex, nella foresta di Ashdown, insieme ai suoi due fratelli maggiori. Ha passato dei momenti diicili, come il divorzio dei genitori e la malattia del padre. Per un periodo ha vissuto in collegio a Sevenoaks ma non gli piaceva. Gli anni più belli sono stati quelli con il padre. “Eravamo solo noi due”, racconta. “Ho cominciato a comprare maiali, tra cui Gudrun”.

Allevare maiali ha aiutato Stuart a capire molte cose sugli sprechi alimentari. Per dare da mangiare agli animali raccoglieva gli avanzi della mensa scolastica e le patate, le foglie di cavoliori e i pomodori scartati dai negozianti e dai contadini della zona. I maiali erano belli grassi. La carne, dice, era fantastica. Inoltre, i semi di pomodoro contenuti negli escrementi degli animali concimavano il terreno e, a volte, germogliavano. Stuart ha ottenuto così anche delle meravigliose piante di pomodoro e si è messo a produrre il chutney.

“Io avevo i maiali, mio padre dei meravigliosi orti traboccanti di verdure. Allevavamo anche i polli”, dice Stuart. “Anche se in modo del tutto inconsapevole, cercavamo di produrre alimenti biologici e di essere autosufficienti. È stato un periodo bellissimo”. Il padre di Stuart era un insegnante con idee progressiste. “Quando entrava in classe per prima cosa faceva sedere gli alunni in circolo”.

Alla fine delle superiori Stuart è andato a vivere in una fattoria in Francia. “Ho abitato con dei veri contadini. Sono stati una vera ispirazione”, dice. In seguito, si è iscritto al corso di letteratura inglese a Cambridge, dove ha conosciuto Alice Albinia, che ha sposato nel 2001. Dopo la laurea è andato in Kosovo “per portare un po’ di aiuti umanitari”. Inine, ha raggiunto Alice in India, dove hanno lavorato per il Centro per la scienza e l’ambiente di New Delhi.

internazionale-tristram-stuart-riciclo-cibo-04Animali da riscaldamento

Il burrito è piacevolmente insipido, l’involucro è morbido e spesso. Mi chiedo se assaggiare la salsa che il cameriere ha definito “diabolica”. Preferisco di no. Stuart e Alice, anche lei scrittrice, hanno deciso di tornare a vivere nella foresta di Ashdown. Allevano maiali, polli e api. “Le volevo da tanto”, dice Stuart. Gli chiedo se hanno in programma dei figli. Ci pensa su un attimo e alla fine risponde: “Credo che esistano delle buone ragioni, dal punto di vista ambientale, per ritardare la riproduzione”.

Ci scambiamo le bevande. Ho assaggiato quella alla mandorla. Ora sorseggio l’ibisco, che ricorda il succo di mirtillo ma è meno dolce. Parliamo di produzione alimentare globale, dell’abuso dei fertilizzanti nei terreni, dell’abbattimento delle foreste per fare posto ai campi di soia con cui nutrire il bestiame e produrre carne per le nostre tavole. Secondo Stuart, il fatto che i bovini siano allevati a mais e soia rovescia la logica dell’addomesticamento degli animali. “Lo scopo iniziale”, spiega, “era aumentare il rifornimento netto alimentare, dal momento che gli animali erano in grado di convertire alcune risorse inutilizzabili in…”.

“Calorie?”.

“Esatto. Calorie. Ma anche in energia, per la trazione degli aratri, in latte, carne… Erano anche una fonte di riscaldamento. Nei paesi dai climi rigidi gli animali erano tenuti in casa. Funzionavano come termosifoni. I contadini francesi con cui ho abitato tenevano le mucche in sala. Era un peccato sprecare tutto quel calore”.

Il mondo occidentale produce troppo cibo, continua Stuart. E non ci rendiamo conto dei costi di tutto questo: l’esaurimento dei terreni, la distruzione degli alberi, l’impoverimento delle riserve ittiche. Ma, cambiando le nostre abitudini, possiamo fare molto: pianificare i pasti per fare una spesa più oculata. Comprare meno. Usare gli avanzi. Non sbucciare le verdure. Mangiare meno carne.

A un certo punto guarda il telefono. È di nuovo in ritardo. “Mia moglie mi sta aspettando!”, dice. Le fa uno squillo, indossa il montgomery con gli enormi alamari e mi stringe la mano per congedarsi.

internazionaleLa notizia è apparsa su Internazionale (n. 831 del 29 gennaio 2010) con il titolo Tristram Stuart. In difesa del cibo“.

Internazionale riporta “ogni settimana il meglio dei giornali di tutto il mondo”. Questo articolo è di William Leith, Financial Times, Gran Bretagna. Foto di Andy Hall.

Fonte: internazionale.it
Pubblicazione: 05/02/2010 – Ultimo aggiornamento: 05/02/2010

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